Monologo con il mio compianto padre circa la sua uccisione per mano della sanità napoletana

24.12.2001
Inizio, caro papà, il mio monologo con l’immaginario, amoroso te che alberga nella mia mente, da una notazione quasi scientifica, benché molto sentimentale.
L’intensità e la tenacia del mio dolore per la tua non prevista, rapida, non metabolizzata, anzi rifiutata morte, è stata cioè per me una sorpresa densa di molte ed importanti valenze.
(Nota del 7.8.2017: Sorpresa assente, nel 2010, nella morte di quell’amatissimo genio pedagogico santo e guerriero che fu mia madre Caterina, il grande dolore per la quale iniziò con l’inizio della lunga, inguaribile malattia e della lunga fase terminale surrealmente indolore per i portentosi cerotti di morfina e tuttavia soffertissima di fronte a quella sua confusa semicoscienza senza speranza. Cerotti non so se inesistenti o non segnalatici, nel 2000, per mio padre).
Io, vedi, anche quando, in quel precipitoso arco di tre quattro settimane pareva non ci fosse più modo di fermare lo sprofondare della tua vita nel nulla, ero ugualmente così teso verso la ricerca di soluzioni che potessero consentirti di farcela che ciò mi ha distolto dal pensare a come sarebbe stata o a come mi avrebbe fatto sentire, quel 4 marzo 2010, la tua morte, che non più di un paio di mesi prima nulla faceva presagire.
Idea della tua morte dalla quale forse anche rifuggivo e, nel rappresentarmi la quale, magari, chissà, mi facevo condizionare dal modo rassegnato in cui mi pareva – ma sbagliavo – vivessero gli altri la perdita dei genitori, specie se anziani, come lo eri tu con i tuoi 87 anni.
Non puoi quindi immaginare il mio stupore di ritrovarmi per mesi e mesi a non riuscire a contenere le lacrime ogni volta che il mio pensiero deliberatamente o casualmente andava a te, a quell’averti non so quante volte e quanto copiosamente pianto.
Cosa che mi ha fatto un po’ rivalutare quest’umanità apparentemente così indifferente, quando non cinica, perché ho capito di non essere certo il solo ad aver sofferto simili pene, e che la gente, pur quando pratica le condotte più disdicevoli, conserva un grande pudore dei sentimenti importanti quanto comuni, come il dolore per la perdita di una madre, di un padre.
Uomini che, del resto, come ho scritto in un mio documento tanti anni fa, sono molto migliori di quanto essi stessi non immaginino, tant’è che altrimenti staremmo ancora sugli alberi insieme alle altre scimmie.
Anche se per la verità ritengo il mio dolore sia stato reso e sia più acuto di quanto non accada di solito perché sono fermamente convinto della mia teoria secondo la quale, in virtù dell’evoluzione tecnologica, noi non moriremo più.
Io cioè, come sai, credo da diversi lustri che ogni giorno che passa l’evoluzione tecnologica ci consenta di guadagnare un giorno in più, per cui, se riusciremo a essere vivi fra uno, due o tre anni, sarà sempre più facile esserlo fra cinque, dieci o quindici, e quindi, se lo saremo, lo sarà ancor più esserlo tra venti, trenta o quaranta, sicché, da un certo punto in poi, la tecnologia riuscirà a portarci a stadi dai quali in poi la vita potrà essere allungata fino a entrare nella spirale del non morire più.
Una teoria in cui credo così tanto che ero convinto anche tu potessi farcela; perché riuscire a vivere altri due o tre anni avrebbe potuto portare anche te ad esser vivo fra cinque, sei, sette anni, fin quando il vantaggio della tecnologia non fosse divenuto maggiore degli svantaggi fisici dell’avanzare degli anni, ed anche tu avresti potuto, come scrissi lustri or sono in un altro documento, attendere il momento in cui, tra quattro cinquecento anni, novello Ulisse di ben altro mare, magari insieme a me, avresti potuto percorrere, a bordo di un’astronave, quegli spazi siderali che oggi non è dato di potere immaginare.
Un grande sogno, il mio, del quale so che avevo convinto anche te, così come un po’ convinco chiunque mi senta dire queste cose, che oggi comincia a dire anche il mondo scientifico, però così vittima dei suoi luoghi comuni e dei suoi conservatorismi opportunistici da non capire nemmeno che affermare si potrà vivere fino a 150 anni equivale a dire che non moriremo più. Perché, se la tecnologia non riuscisse – tra decenni – a fare nemmeno questo, sarebbe un completo fallimento.
Una tecnologia e una scienza che, al contrario – dopo aver considerato il traguardo del non morir più come quasi impossibile, laddove è sicuro che prima o poi risulterà facilissimo, perché l’invecchiamento è un banale processo chimico in cui non è dato sapere perché non si dovrebbe poter intervenire – dà per facili cose come superare le immense distanze siderali, impossibili finanche sul piano della fantasia, o descrive come probabili idiozie quali il passare da una pretesa ‘dimensione’ all’altra, o andare avanti e indietro nel tempo, come suggerirebbe la ‘teoria della relatività’.
Teoria insulsissima di quel baro di Einstein dalla quale discende l’insulsaggine, la fraudolenza e la fantasiosità dell’intera fisica moderna, perché non esiste alcuna entità autonoma ‘tempo’, non essendo esso altro che il numero di codice che attribuiamo, per poterle distingue, alle infinite forme della realtà che si succedono correndo in direzione dell’omogeneità e dell’esplosione che ogni volta deriva dal raggiungerla, come dal capitolo sulla fisica di cui a quella copia di La storia di Giovanni e Margherita che misi nella tua bara un attimo prima la chiudessero affinché ti facesse compagnia.
Perché dopo l’arte, la letteratura e tante altre cose, anche la scienza è diventata un fenomeno da baraccone.
Convincimenti tutti in virtù dei quali la tua morte mi è sembrata ben più grave di quanto mi sarebbe parsa se avessi ritenuto, come lo ritengono tutti, che ormai l’epilogo della tua vita era giunto ed era inevitabile.
Un rammarico aggravato vieppiù dal fatto che la tua morte non era poi inevitabile proprio per niente, perché infatti – Napoli potrà adirarsi quanto vuole ma, per il bene che comunque le voglio, non tacerò – ti ha ucciso proprio essa, e in particolare l’ignoranza, l’approssimatività, l’indifferenza, il disimpegno e la disonestà morale e materiale della sua classe medica, oltre che della sarchiaponica, delinquenziale burocrazia che infetta tutti i suoi apparati, non solo quello sanitario.
Un’ignoranza naturalmente caratterizzata da tante eccezioni, perché una percentuale di medici sono bravi.
Solo che, come è accaduto nel tuo caso, siccome quello bravo è stato non ricordo se il dodicesimo o il tredicesimo dopo tutti gli altri che avevamo chiamato prima, l’ignoranza di quelli che lo avevano preceduto, e la furfanteria di alcuni di loro, hanno avuto tempo e modo di ucciderti.
Tu insomma, a fine novembre 1999, avevi una sorta di piccolo ematoma sulla seconda falange del secondo dito del piede destro.
Un apparente ematoma che hai cercato di curare con una pomata per i calli che ti ha prescritto un primo medico.
Poi è cominciato a venir fuori che si trattava di un’escara diabetica, e lì apriti cielo, fra te che ti contorcevi dal dolore e il continuo andirivieni di medici alcuni dei quali dicevano che non c’era da fare altro che la terapia sintomatica, che però non funzionava, e altri che, per rubare qualche soldo, magnificavano certe loro improbabili terapie dell’ozono portandoci così fino a febbraio, quando quel dolore maledetto ha cominciato a diventare così intenso da distruggerti.
Questo dopo che degli altri ci avevano invece convinto a delle ‘sedute’ in camera iperbarica presso l’ospedale Santobono di Napoli, al Vomero, per la respirazione dell’ossigeno.
Sedute che, ben lungi dal non servire semplicemente a nulla, ti hanno causato un’ischemia con la quale sei divenuto d’un tratto cereo, intanto che il tuo sguardo, fin lì consapevole, affettuosamente partecipativo del nostro dolore per quel quotidiano assottigliarsi del filo della tua vita, si perdeva nel vuoto e sollevavi un po’ il busto dal divano dov’eri steso contraendoti, tra stertori agonici, in alcuni movimenti solo apparentemente disorganici perché coerenti ad una causa di fondo in cui, benché non avessi mai visto la fine di nessuno, mi sono accorto subito di riconoscere, ben presente nelle mie più profonde consapevolezze, l’ombra né ostile né favorevole della morte e, nel mentre mi chiedevo se chiamare o no mia madre, me la sono vista al fianco come se, dall’altra stanza, avesse anche lei percepito la materializzazione al tuo capezzale della nerovestita con la sua falce.
Nerovestita che però per quella volta si è limitata a lambirti portandosi via ‘solo’ – fin quando, dopo qualche settimana, non ti ha spento davvero – la lucidità che ti aveva sempre caratterizzato.
Tutto questo perché, come mi hai raccontato, stremato, dopo una di quelle ‘sedute’ in camera iperbarica, poco prima che l’ischemia ti colpisse, dovevi, ogni volta che ti sottoponevi ad esse, fare un grande sforzo per respirare, sicché ho capito in un lampo, date le mie esperienze di accanito pescatore subacqueo di qualche decennio prima, che quella terribile fatica di «succhiare l’aria» – un’ora e mezza per volta – era dovuta ad un mal-funzionamento dell’erogatore.
Una difficoltà in seguito alla quale, invece di iperventilarti, affamavi di ossigeno il cervello, così come i chissà quanti altri sfortunati ‘fruitori’ di quegli attrezzi, del cui buon funzionamento evidentemente nessuno si curava.
Tutto per colpa tua peraltro, perché avevo cercato, ma inutilmente, di trascinarti a Zurigo, come nel 1976, quando ti ci avevo portato quasi a viva forza per un cancro al colon, e la sanità svizzera ti aveva dato quegli ulteriori 25 anni di vita. Sennò quella napoletana ti avrebbe ammazzato già allora, o ti avrebbe lasciato con la ‘borsetta’ che i medici partenopei che avrebbero dovuto operarti avevano a priori dato per scontato di doverti applicare in virtù di una da loro presunta ma inesistente necessità di ‘far pulizia’.
Come avvenne a quell’amica di famiglia, morta per un male analogo, dopo sette mesi di ospedale e chissà quali torture.
Ospedali di cui, stanti le difficoltà di raddoppiarli, si potrebbe raddoppiare la potenzialità dimezzando la durata delle degenze.
Anche se c’è da dire che mi ero fatto ingannare dall’apparente innocuità di quella piaghetta, altrimenti a Zurigo ti ci avrei trascinato di nuovo per forza.
Comunque sia, a quel punto il medico bravo finalmente è arrivato ed ha finalmente detto che bisognava rimuovere l’escara diabetica con un bisturino, perché la causa del dolore era che le terminazioni nervose picchiavano contro quel centimetro quadrato di pelle mummificata.
Si è dunque seduto e, pian pianino, senza nemmeno farti male, ha rimosso quella sorta di pezzetto di cuoio disidratato.
Un pezzetto di pelle rimosso il quale il dolore è cessato sì, ma senza che questo riuscisse a impedire che tu, una decina di giorni dopo, morissi ugualmente per i troppi scompensi di ogni genere intanto insorti, interrompendo così il sogno che anche tu potessi rientrare fra gli immortali.
Io vedi, come sai (per parlarti devo fingere di credere che i morti da qualche parte continuino ad esistere ed a sapere tutto), mi sento responsabile della tua morte.
Mi sento responsabile perché in passato ho sempre avuto orrore sia degli ospedali che dei medici napoletani e meridionali in generale, ed ho sempre detto che non si capisce dove potrebbero mai imparare, visto che l’università di Napoli è quello che è, e gli ospedali sono anch’essi quello che sono.
Solo che ora mi era sembrato che le cose almeno un po’ fossero cambiate, e mentre allora, nel 1976, ti trascinai a Zurigo, questa volta, dopo venticinque anni, mi sono fatto ingannare, e ho lasciato che ti curassero a Napoli, ovvero che Napoli ti ammazzasse.
Come mai mi sono fatto ingannare pur non essendo né ingenuo né disattento?
Ebbene, caro papà, mi sono fatto ingannare – oltre che perché, lo ripeto, ho sottovalutato il problema – perché in questi 25 anni i medici napoletani sono molto cambiati.
Ora parlano bene, danno spiegazioni quantomeno apparentemente esaurienti, sono gentili, fanno tutto il possibile per sembrare preparati e diligenti, diversamente dal 1976, quando ancora ad esempio vigeva la visione catartico/terapica del dolore, ed anch’essi erano, un po’ come tutti, ‘burberamente’ (primitivamente?) animati dalla cultura patriarcale/repressiva.
Tant’è che, proprio come i musulmani trovano giusto lapidare le adultere, da noi vigeva – fino al 1981, cinque anni dopo il tuo intervento del 1976 a Zurigo – il ‘delitto d’onore’, cioè il ‘diritto’ di colui avesse scoperto «l’ille­gittima relazione carnale» della propria moglie, figlia o sorella, di ripristinare «l’onor suo o della famiglia» uccidendole, magari anch’egli ‘musulmanamente’ con un colpo di pietra sul capo, senza altro rischio che quello, astratto, della reclusione da tre a sette anni, perché, di fatto, le condanne erano di solito nel minimo di tre anni con la riduzione di un terzo per le attenuanti generiche, ovvero a due anni con sospensione condizionale della pena, cioè a nulla.
Ed è stato così che, tornando ai medici, maledizione a me, non ho capito che in realtà essi – anziché affrontare quella qualità di sforzo che consente veramente di cambiare, ma richiede tanta onestà intellettuale e vero lavoro – hanno solo fatto, in questo paio di dozzine di anni dal 1976, il ben più lieve sforzo di imparare, magari guardano i telefilm sui medici americani o i talk-show, non come si fa a guarire la gente, ma solo come si fa, per fini di clientela, ad essere accattivanti mediante l’uso sapiente di un subdolo garbo e una finta sollecitudine.
Un imparare che è arduo per i medici di Napoli, perché, fermo restando, ripeto, che le università italiane fanno schifo in tutte le discipline persino nel senso che fanno schifo anche semplicemente i libri, giacché è chiaro che, invece di imporre di studiare sui libri, sovente libracci copiati gli uni dagli altri, dei singoli professori, dovrebbe essere istituito un concorso annuale per la scelta dei migliori, tuttavia, se sei un avvocato e vuoi realmente imparare, puoi armarti, dopo la laurea, di buoni testi e studiare per conto tuo, mentre il medico, benché nulla vieti anche a lui di studiare, ha un maggior bisogno di pratica.
Pratica che non ha modo di fare all’università e meno ancora in quei luoghi di ogni clientelismo, opportunismo e cinica indifferenza che anche nel meridione si chiamano ospedali.
O forse, e questa è la cosa che mi angoscia di più, ho ceduto anch’io al pregiudizio dell’età, perché, chissà, se tu fossi stato un giovane mi sarei ribellato magari con veemenza e ti avrei portato a Zurigo senza intendere ragioni e senza indugi, e saresti ancora vivo.
Benché ci sia da dire che sono stato ingannato anche da un’ulteriore cosa.
Agli altri inganni si è cioè sommata l’opera di sapiente dissuasione fattami da un gruppetto di medici truffatori che, per rubare a noi e ad altri sfortunati qualche soldo, ci hanno dirottati in una struttura privata inventandosi, quale toccasana di ogni male, finanche dell’epatite c, oltre che della tua escara, la già accennata ozono-terapia.
Questo nel contesto di una sanità napoletana che costa più di quella dei luoghi in cui funziona.
Ecco così che tu – dopo che, sempre grazie alle diagnosi e alle cure degli svizzeri, eri riuscito ad andare avanti per tanti anni nonostante per di più un vecchio cuore magari garibaldino ma acciaccato – sei stai ucciso, non da una malattia, ma dalle cure di un pugno di traditori di Esculapio.
Traditori di Esculapio alcuni solo ignoranti, ma altri ciarlatani, millantatori e ladri, ai danni provocati dai quali il dodicesimo o tredicesimo medico, quello bravo e onesto, non è riuscito a porre rimedio, sicché i dolori terribili, le notti insonni, l’ischemia, hanno scatenato la catena ferale dei guasti che ti hanno ucciso.
Una morte che si sarebbe evitata se quel medico fosse stato invece il primo e avesse subito effettuato un’accurata ‘pulizia’ dell’escara e l’avesse poi ripetuta ogni 10 giorni.
Oggi così saresti vivo, magari staresti facendo una terapia per attivare la circolazione del sangue alle estremità e, chissà, forse, tra sei mesi, un anno, un nuovo farmaco avrebbe migliorato la tua condizione fino a poi un altro, e così via.
Scoperte scientifiche che diverranno un fiume incontenibile non appena la nuova cultura sostituirà l’attuale, che le impedisce o ne blocca la diffusione perché, da un lato, è stata repressa in tutti i modi la genialità in favore della logica delle equipe, che funzionano solo se in esse la genialità sia tenuta in onore, anziché detestata, e dall’altro nessuna scoperta può emergere se prima non sia stata mediata con gli interessi di tutti.
Genialità repressa che, si badi, non è solo quella dei geni veri e propri, ma anche quella che ciascuno custodisce e che, anziché essere valorizzata, viene repressa affinché prevalga la parte ordinaria di ognuno e sia così garantito il prevalere della mediocrità.
Napoli che ti ha ucciso e, dopo averti ucciso, sapendo bene che eri morto, non ti ha nemmeno salutato, perché salutarti avrebbe potuto causare si smagliasse un po’ il tabù su di me.
Un’inciviltà, una pochezza, un’accidia gelosa e vile al punto che solo quando, dopo alcune ore di viaggio, la tua bara è stata deposta nella secentesca Chiesa Madre, lì nella piazza di San Giovanni in Fiore, e ti ho visto circondato dalle premure dei tuoi compaesani, mi sono finalmente rincuorato, come quando, transitando sulla superstrada fra Cosenza e Crotone, vedo, dall’alto, laggiù, in quell’angolo del cimitero, la tua tomba e – pur non credendo minimamente a nulla del genere – indulgo ugualmente nell’immaginarti mentre, cadute le ombre della notte, inizi in quei viali a passeggiare contento tra i ritrovati parenti, amici e conoscenti.
Parole le mie indubbiamente di odio, ma non contro Napoli, la sua gente e la sua antichissima, struggente, magnifica cultura nobiliare/plebea (la nobiltà e la plebe detenevano, esprimendola diversamente, la stessa bellissima cultura) di scaturigini aristocratico/pagane, bensì contro la sua orribile, nuova cultura ‘aspirante borghese’.
Perché l’occidentalesimo, i cui valori – codificati da Omero nell’Iliade e nell’Odissea, nonché da Eschilo che, nelle sue tragedie, ne svilupperà gli aspetti più sofisticati – sarebbero stati poi modificati in funzione dei tempi, sotto l’influsso della cultura ebraico/cristiana, prima da Virgilio, che li codificherà nell’Eneide, e poi da Dante, con la Divina Commedia, che è il codice dei valori della società borghese.
Cultura occidentale codificata da Virgilio e cultura borghese codificata da Dante che colonizzeranno il mondo, ma si fermeranno a Mondragone, confine al di sotto del quale l’Italia, fino alla punta occidentale della Sicilia, rimarrà di ispirazione prevalentemente omerica, cioè aristocratico/pagana, come espressa dai suoi ‘dialetti’, in realtà evolutissime lingue.
Dialetti e culture ai quali il Sud abdicò quando, negli anni tra il 1960 ed il 1970 circa, non riuscì più a resistere alla ‘cultura’ consumistica, e ne fu travolto divenendo ‘aspirante borghese’.
Solo aspirante perché i suoi stupendi modelli culturali erano così lontani dal bigottismo e dall’ipocrisia di cui il pur sublime Dante insuffla la cultura borghese, che gli hanno sempre impedito (al Sud) di adeguarvisi.
Con il risultato che la classe media meridionale, e specie l’avvocatura, del Sud in generale e napoletana in particolare, si è trasformata in ‘pezzente’ in senso ideologico perché rinunciataria rispetto al suo patrimonio culturale originario, e ‘cazzo arrizzata’, come diceva donna Maria Altomare, la madre di Mariano Ferrante, il marito di Vanda mia sorella, nel senso di vanamente pretenziosa, perché, nell’ironicissima cultura contadina di Palma Campania, l’essere pezzente e l’essere ‘cazzo arrizzato’, l’avere cioè delle pretese, erano incompatibili.
Un occidentalesimo borghese pervertito che è poi quello contro il quale, a duemilaottocento anni di distanza da Omero, il Giovanni di cui a La storia di Giovanni e Margherita si scaglia dopo essersi spogliato delle ‘vesti’ (le pseudoculture) ed armato della scimitarra scintillante del coraggio.
Giovanni che quando, «con la gola piena dell’urlo della vittoria» divora il terreno sotto di sé per scagliarsi contro il muro degli pseudo-valori, si sta appunto avvalendo di un impeto ispiratogli dall’ideologia della forza di Achille, della sapienza generosa di Ulisse, e del coraggio indomabile di Ar, simbolizzato dalla curva asiatica della sua scimitarra.
Un Giovanni che, armato dei valori dell’occidentalesimo accresciuti dall’esperienza della modernità, si scaglia contro i mostri frutto delle sue degenerazioni: «le forme del conoscere e culture sue e del suo contesto».
Una società meridionale e napoletana in particolare, un’avvocatura, una magistratura, che, anziché aprirsi alle mie tesi, si è chiusa a riccio causando un gran danno, perché è vero che «nemo propheta in patria», ma è vero anche che il supporto dei vicini è importante nel successo delle imprese e, specie i miei colleghi napoletani, lo sanno così bene da essere stati i più attenti di tutti a cercare di indebolirmi con l’inqualificabile assolutismo dei loro incredibili silenzi.
Un silenzio che, nell’uccidere la possibilità che Napoli per prima uscisse fuori dall’inciviltà della sua ‘cultura’ aspirante borghese, ha ucciso te, ma anche milioni di altre persone in Italia e miliardi nel mondo.
Perché non è che nel resto del mondo il modello borghese abbia prodotto chissà che, ma in qualche modo ha funzionato, dando luogo a delle società (e ad una sanità) più o meno efficienti, mentre da noi ha solo mandato in coma, speriamo reversibile, le culture originarie.
Non esistendo infatti allo stato altro modello sociale vigente che quello borghese, nel Sud, dove non vige, la gente è riuscita a salvarsi solo nella misura in cui non ha ripudiato del tutto i valori della sua straordinaria origine aristocratico pagana, divenendo, dove li ha ripudiati, insopportabile in quanto ‘aspirante borghese’.
Insomma, caro papà, è andata male a te, che sei stato ucciso insieme a chissà quanti altri che una diversa medicina avrebbe salvato, a tutti e a me.
E, quel che è peggio, il cambiamento, che pure arriverà, per ora non lo si vede nemmeno con il binocolo.